Hasse Jeppson è un personaggio da romanzo, come tanti uomini che nel secondo dopoguerra sembravano reagire agli orrori e alle angosce appena patite con una vitalità tale da fargli vivere mille esistenze in una. Nato nel 1925, lo svedese gioca sia a pallone che a tennis a ottimi livelli , mantenendo lo status di dilettante per non abbandonare la racchetta. Nel 1950 è capitano della nazionale svedese ai mondiali brasiliani. L’Italia (e il Toro) iniziano a incrociare le sue piste visto che segna una doppietta decisiva contro gli azzurri in una gara sbloccata dal granata Carapellese che aveva ereditato la fascia di Valentino Mazzola. C’è ancora tempo per approdare nello stivale e, soprattutto, per arrivare sotto la Mole. Prima bisogna passare dall’Inghilterra e vestire la maglia del Charlton dove la potenza dell’attaccante scandinavo sembra andare a nozze col calcio britannico: nove reti in undici gare di cui tre in casa dell’Arsenal. Un rendimento così brillante fa raddrizzare le antenne agli addetti ai lavori del nostro paese e i più lesti ad acquistarlo sono i dirigenti dell’Atalanta. Jeppson esordisce con gol contro il Como e contribuisce alla salvezza nerazzurra segnando ventidue reti in ventisette partite. A questo punto entra in scena l’armatore Achille Lauro, figura cardine per anni della scena politica partenopea visto che, oltre a essere presidente del “Ciuccio” per un trentennio, è stato anche sindaco della città. La voglia di fare grande il Napoli lo porta a spendere una cifra mai vista nel mondo del calcio: fra ingaggio al giocatore e compenso all’Atalanta vengono spesi 105 milioni per acquistare proprio Jeppson che, con Amadei e Pesaola, forma un attacco da sogno. Per questa cifra record, oltre alle solite polemiche che si sollevano in questi casi per la moralità delle cifre spese, Jeppson, che vede il suo cognome pronunciato con l’accento sulla o dai tifosi napoletani, trova un soprannome particolare. La leggenda vuole che, durante la sua prima gara, un tifoso esclamò “É caduto il Banco di Napoli” in seguito a una caduta dello svedese a contatto con un difensore.


CULTO
Toro-Juve 4-1: Hasse Jeppson, l’oro di Torino
LEGGI ANCHE: 50 Special
Il quadriennio di Hasse in riva al golfo è altalenante, ma segna parecchie reti anche se non contribuiranno a far vincere il campionato al Napoli che, come miglior risultato, conseguirà il quarto posto nel campionato 1952/53. Jeppson sente la responsabilità di essere stato pagato più di cento milioni, ma, al tempo stesso, non rinuncia all’amore per la racchetta visto che nel 1953 si iscrive al torneo di Napoli sotto falso nome, superando il primo turno. Lo svedese è anche sensibile ai richiami delle squadre del nord visto che Inter e Juventus lo vogliono, ma Lauro, con cui non ha mai legato profondamente per la diversità dei caratteri, lo vende sì in settentrione, ma al Torino nel 1956. Quella al Toro è un’esperienza con la data di scadenza visto che Jeppson ha programmato di smettere a trentadue anni per evitare il declino fisico e il 1957 è dietro l’angolo. I tifosi granata sono ben contenti del suo arrivo visto che si ritrovano con una squadra di tutto rispetto soprattutto in avanti dove sono stati acquistati anche il paraguaiano Dioniso Arce, l’argentino Juan Carlos Tacchi e l’ex interista Gino Armano. Nonostante questo il Toro, al termine del girone d’andata, si ritrova tristemente da solo al fondo della classifica dopo un mortificante 5-1 subito a Udine. Nel girone di ritorno, però, cambia marcia. I granata muovono la classifica pareggiando a Bologna e in casa contro la Sampdoria, perdono di misura contro la Fiorentina scudettata e poi inanellano tre vittorie consecutive: un rigore di Armano stende la Triestina, Bertoloni e ancora Armano segnano le reti con cui si espugna Vicenza e la prima rete in granata di Jeppson basta per regolare la Roma del connazionale Nordahl al Filadelfia. Il Toro è quattordicesimo a venti punti, ma il Napoli, sesto, ne dista solo quattro. La Juventus è avanti di tre lunghezze e domenica arriva il derby.
LEGGI ANCHE: Giuseppe Vives ci ha voluto bene
Già, il derby. Dopo Superga la sfida coi rivali cittadini è stata spesso dolorosa. La prima vittoria post-tragedia è arrivata nella stagione precedente con Bertoloni e Buhtz a siglare un secco 2-0 al Comunale, ma al Filadelfia il Toro non ha più battuto i bianconeri. Stavolta, vista l’inerzia presa dalla stagione, sembra davvero la volta buona e il fatto che Jeppson si sia sbloccato sembra un segno del destino. Il Fila è pieno come un uovo e quando si chiudono i cancelli si contano circa ottomila persone rimaste a bocca asciutta e trentaseimila dentro. Il ragionier Giusti, segretario granata, teorizza: “Se la partita si fosse disputata d’estate, sarebbe stato molto meglio. Di marzo si gira ancora col cappotto. Trentamila e più cappotti occupano uno spazio notevole. Causa gli abbigliamenti pesanti abbiamo perso 1500 persone”. L’incasso di 24 milioni rimane qualcosa con cui consolarsi abbondantemente. Il Toro parte subito in avanti e, dopo una punizione di Arce, parata da Viola passa in vantaggio al 19’. È ancora Arce a dare il via all’azione lanciando in velocità Jeppson che sorprende tutti con un geniale tocco all’indietro per Armano. Palla sul sinistro, non il suo piede, ma l’opportunità è troppo ghiotta per non segnare l’1-0. La reazione di Boniperti e compagni non è granché e al 33’ il Toro raddoppia. Lo scatenato Arce lancia ancora Jeppson che stavolta si mette in proprio: stangata di sinistro, traversa e rete. La Juventus reclama un rigore con Boniperti, ma l’arbitro dà il vantaggio perché la palla arriva al solissimo Antoniotti che calcia addosso a Rigamonti. Il primo tempo si chiude sul 2-0 col Fila in tripudio anche se davvero troppo pieno, cappotti o non cappotti: la folla ondeggia, qualcuno cerca di farsi largo, ma invano. Per fortuna non accade nulla di grave, mentre anche i balconi che danno sullo stadio sono gremiti.
LEGGI ANCHE: Aldo Agroppi: il profumo del destino
Ripresa: al 54’ altro assist di Arce per Tacchi che triplica con una bordata. Arce si rende protagonista di un episodio non proprio encomiabile quando, col gioco fermo per segnalato offside, non si ferma e finisce contro Viola che aveva già bloccato il pallone rischiando di fargli molto male. Irruenza criticabile e pericolosa, ma episodio risolto a fine gara, con una stretta di mano. A chiudere le marcature granata pensa ancora Jeppson a quattro minuti dalla fine: dribbling su Garzena, Nay e sul portiere avversario con pallone depositato nella porta sguarnita per il poker. Con due reti e un assist Hasse non è più il Banco di Napoli, ma l’oro di Torino. La rete della bandiera per i bianconeri viene siglata da Montico su calcio di rigore. I granata chiuderanno la stagione al settimo posto, i “cugini” al nono. Jeppson andrà ancora a segno contro il Palermo (doppietta), nel 3-1 a Padova e nel 2-2 interno contro il Milan futuro campione d’Italia. Poi, come anticipato, lascerà il calcio per una carriera imprenditoriale, ma dopo aver scritto anche lui un capitolo della nostra storia visto che la stracittadina in cui ha fatto il bello e il cattivo tempo sarà l’ultima vinta dal Toro al Filadelfia, nel tempio degli Invincibili.
Classe 1979, tifoso del Toro dal 1985 grazie a Junior (0 meglio, a una sua figurina). Il primo ricordo un gol di Pusceddu a San Siro, la prima incazzatura l'eliminazione col Tirol, nutro un culto laico per Policano, Lentini e...Marinelli. A volte penso alla traversa di Sordo e capisco che non mi è ancora passata.
Disclaimer: gli opinionisti ospitati da Toro News esprimono il loro pensiero indipendentemente dalla linea editoriale seguita dalla Redazione del giornale online, il quale da sempre fa del pluralismo e della libera condivisione delle opinioni un proprio tratto distintivo.
© RIPRODUZIONE RISERVATA