

Lasciarci le penne
La revoca del primo alloro granata (seconda parte)
Bisogna saper leggere tra le righe quando ci si imbatte in un giallo, perché è tra le righe che si annida la verità. Si nasconde come un ragno nel buco, soprattutto quando è sporca, quando è meglio che non si conosca. Due settimane fa, parlando dello scudetto del 1927, ho raccontato del marcio che si preferì nascondere sotto il tappeto con una pilatesca sentenza di revoca, e di un gerarca fascista interessato alla causa, al tempo stesso presidente della FIGC, vicesegretario del partito e podestà di Bologna. E di come un dipendente del Toro, che forse aveva tentato una combine per addomesticare la sfida decisiva per il campionato, finì nelle reti della giustizia sportiva sulla base di strane voci e ancora più strane prove e poi confessò l'imbroglio, facendosi squalificare a vita, insieme a tutto il consiglio direttivo della squadra granata, compreso il presidente.
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Qualche mese dopo la sentenza i dirigenti del Toro, su consiglio del succitato gerarca, intentarono una causa contro il dipendente reo confesso, querelandolo per diffamazione, allo scopo di uscire dalla vicenda senza responsabilità alcuna: un solo colpevole e tutti gli altri puliti. Ebbene, tra le righe dell'articolo Il caso “Torino” in tribunale a Bologna, pubblicato su La Stampa il 14 gennaio 1928, resoconto della prima giornata del processo conclusasi con la parziale ritrattazione del supposto colpevole che scagionava tutti tranne se stesso, c'è un passaggio che non può non insospettire chi voglia cimentarsi con quel cold case. L'imputato disse " che nel famoso interrogatorio subito da parte del Direttorio federale, egli dopo circa 10 ore di interrogatorio era stanchissimo e forse non avrà potuto dire esattamente tutte le circostanze" (La Stampa 14/01/1928, pag. 7, articolo non firmato).
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Dieci ore di interrogatorio... Dieci ore per farlo crollare. Dieci ore tra le grinfie del Direttorio federale, organo che solo a sentirlo nominare mette i brividi. Era stanchissimo quando crollò, l'uomo che con la sua testimonianza fornì l'elemento probante, incontrovertibile, che forse ancora oggi impedisce la revisione della sentenza. Qualcosa non torna nei metodi investigativi in camicia nera usati per un'indagine sportiva. Non torna nemmeno l'esultanza scomposta del Tifone, il settimanale "satirico" che, con i suoi articoli, travolse la squadra granata con l'ombra infamante dello scandalo. Il titolo dell'edizione straordinaria del 4 novembre 1927, che annuncia la revoca dello scudetto, è tutto un programma: "Abbiamo l'orgoglio di aver denunciato -unici accusatori- la scandalosa frode del Torino", e nel sommario: "A Marone, diventato verde, diciamo: "béccati questo aperitivo" (Il Tifone 4/11/1927, pag. 1).
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Sulle rivelazioni di questo periodico si basò l'apertuta di un'inchiesta che portò alla sentenza pronunciata nella "neutralissima" casa del fascio di Bologna, a tarda notte, probabilmente alla fine delle fatidiche dieci ore che stremarono il reo confesso. Ora, non prendete troppo sul serio queste righe: sono le elucubrazioni di uno che scrive libri gialli ed è abituato a tessere trame e disseminare indizi, non certo le conclusioni di uno storico né di un esperto di diritto sportivo. E soprattutto sono le considerazioni di un tifoso, naturalmente portato a interpretare i fatti a favore dei propri colori. Però... Però tre indizi fanno una prova, si scriveva nei vecchi romanzi polizieschi. Una causa intentata su voci messe in giro da un giornalista incattivito, un giudice evidentemente non super partes che prende decisioni nella sede del partito e nella città della squadra arrivata al secondo posto e un interrogatorio da santa inquisizione che spreme come un limone l'imputato potrebbero portare a pensar male della sentenza che fu pronunciata. Per la cronaca, il giocatore della Juve accusato di essere stato corrotto (anche se giocò benissimo la partita incriminata) venne squalificato a vita, ma godette di un'amnistia pochi mesi dopo la condanna. Insomma, sarà anche una storia vecchia, una brutta vicenda di quasi cent'anni fa, ma la puzza di marcio si sente ancora adesso: basterebbe voler annusare l'aria...
Autore di gialli, con "Cocktail d'anime per l'avvocato Alfieri" ha vinto l'edizione 2020 di GialloFestival. Marco P.L. Bernardi condivide con il protagonista dei suoi romanzi l'antica passione per il Toro e l'amore per la letteratura e la canzone d'autore.
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