Ancora una volta la società granata non ha cavalcato l'onda, non ha sfruttato quella che è la sua vera forza: la storia

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Da Ossola a Pulici: le frasi celebri in onore del Filadelfia (VIDEO)

Avete presente quando si va in un paese del Nord Europa, un paese tedesco o magari anche anglosassone e si trova il cartello "sito romano". Qualche pietra, dall'inestimabile valore archelogico, in uno spazio molto ridotto. Eppure quel paese tedesco o anglosassone su quella pietra ci ricama un museo, un sito archelogico a pagamento, un video multimediale, una narrazione ricca e minuziosa in grado di sfruttare quel piccolo accenno romano in un'attrattiva turistica di capitale importanza per l'intera zona. Lasciamo da parte il paese tedesco o anglosassone e trasferiamoci a Roma. Avete presente quanto c'è della Roma repubblicana o della Roma imperiale a Roma? Avete presente quanto c'è di nascosto e non visibile ai flussi del grande pubblico? Si fa fatica a quantificare. Basterebbe andare sotto la via dei fori imperiali, attraversare la strada interrata che permette di passare dalla colonna Traiana al foro di Cesare, da una sponda all'altra di uno dei luoghi più visitati del mondo per accorgersi di quanto valore "invenduto" della Roma del passato ci sia. Intere cassette di anfore, di giare, di orci, di vasi, di urne ammucchiate una sopra l'altra in attesa di essere catalogate e studiate. Per non parlare poi dei ripostigli e degli sgabuzzini dei numerosi musei capitolini, pieni zeppi di cimeli della Roma antica che altrove diventerebbero museo. Vi starete chiedendo dove si voglia andare a parare con questo discorso. Arriviamo al dunque.

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La storia del Torino sta a Roma come la storia del 90% degli altri club italiani sta al paese tedesco o anglosassone con una porzione di fondamenta romana. Il Torino ha una storia talmente densa, talmente ricca che rischia di essere data per scontata, rischia di essere lasciata dentro alcune cassette ammucchiate una sopra l'altra in un ripostiglio o in uno sgabuzzino. Spieghiamoci meglio. Ieri, sabato 17 ottobre, il Filadelfia ha compiuto i suoi primi 100 anni. Il Filadelfia è "la cappella sistina" (prendendo in prestito Mauro Berruto) del Torino: basta questo a identificare un luogo che avrebbe meritato celebrazioni ben più profonde da parte del Torino F.C., invece ci si è limitati all'apertura del cortile della memoria. Bell'iniziativa per carità ma davvero povera. A stonare sono state anche le tempistiche con cui è stata comunicata l'apertura straordinaria: venerdì 16 ottobre all'ora di pranzo. Si poteva davvero cavalcare l'onda di un fatto che non accade tutti gli anni, si poteva cavalcare l'onda per ribadire che il Torino sta al calcio italiano come la Roma antica sta alla storia del mondo occidentale. Si poteva incidere di più per far capire che la storia ha un valore inestimabile, soprattutto se ti chiami Torino e negli ultimi tre decenni sul campo hai zoppicato e non poco, trasformandoti in una delle tante realtà provinciali del nostro pallone.

Ci sono tante realtà in giro per l'Italia e non solo che riescono con poco a erigere un museo reale o metaforico per celebrare la propria storia, un po' come fa una qualunque cittadina tedesca o anglosassone con una pietra lasciata dal poderoso impianto dell'impero romano. E poi c'è il Torino che potrebbe ogni mese erigere una cattedrale per questo e quello (pensiamo soltanto a questo 2026: 50 anni dall'ultimo scudetto, 100 anni del Filadelfia, 50 anni dalla scomparsa di Ferrini, 120 anni del Torino F.C.) e invece si limita a fare soltanto l'ordinario, forse anche meno. Nulla di più. E dire che per fare innamorare qualcuno del Torino non puoi che far leva su queste pagine intrise di storia, non certo sulla stabilità anonima acquisita in Serie A. La storia è come guidare una macchina. Guardi davanti a te grazie al parabrezza, ma non puoi certo privarti dello specchio retrovisore e degli specchietti laterali. La strada di fronte a te è tracciata e visibile solo se fai tesoro di quello che ti è capitato in passato, a maggior ragione se questo passato ti ha differenziato rispetto a tutto e tutti, ti ha reso popolare e leggendario in giro per il mondo.

Non essere riusciti come club a organizzare una manifestazione più strutturata dell'apertura straordinaria del cortile della memoria per i primi 100 anni del Filadelfia è stata una sconfitta per la storia del Toro e dello spirito granata. Si è trattato di una sconfitta perché hai gettato al vento una bella opportunità per rinsaldare il Toro alla sua gente, ai suoi luoghi. Chi abita il Borgo Filadelfia ha provato ad animare la ricorrenza, ha cercato di attivare il popolo granata colorando i balconi e le vie e organizzando passeggiate culturali nei posti simbolo del rione. Anche il Museo del Grande Torino ha provato a omaggiare l'illustre compleanno con l'inaugurazione della mostra "Un secolo di Fila". Ha sorpreso la pochezza di iniziativa e di idea del club granata nei confronti della materia "storia granata"? La risposta è assolutamente no. Va in linea con quello che è stato seminato dal club presieduto da Urbano Cairo negli ultimi 21 anni. Non sorprende quindi che ieri durante il taglio del nastro della mostra "Un secolo di Fila" un tifoso si sia alzato e abbia chiesto agli organizzatori dove fosse la società (nessuno presente). Non sorpende che il 2 ottobre alla presentazione del progetto per il nuovo museo del Grande Torino al Filadelfia di fronte alle lacrime di un emozionato Renato Zaccarelli l'unica emazione della società presente - Giuseppe Ferrauto, Consigliere di amministrazione Torino F.C. - abbia replicato: "Noi siamo parte della fondazione. Vogliamo capire il business plan che ancora non ci è stato mostrato".

I 100 anni del Filadelfia avrebbero potuto stimolare la fantasia per mille e più iniziative, sia dentro al rettangolo verde sia fuori. Avrebbero potuto fare da volano per trasmettere ancora una volta la forza del Toro. Invece si sono trasformati nell'ennesima occasione persa. Al club granata del 2026 non resta che la storia a cui aggrapparsi perché i risultati sono quelli che sono e l'attività sportiva è chiaramente volta alla sopravvivenza e alla sussistenza finanziaria senza che siano immaginabili voli pindarici. Ma se non ci si aggrappa nemmeno alla storia, alla ricorrenza, al fascino delle proprie radici cosa resta del Toro? Davvero nulla. Purtroppo l'attualità granata vale molto meno del glorioso passato e ci viene da pensare che il club di oggi fa di tutto per non meritarsi quello che ha ereditato dai suoi nonni, dalle sue madri e dai suoi padri.

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