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Buffon: dalle dimissioni al doppio incarico azzurro

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Torna l'appuntamento con 'Loquor', la rubrica di Carmelo Pennisi
Carmelo Pennisi
Carmelo Pennisi Columnist 

“Il calcio italiano è finito”

Sandro Pochesci

L’eliminazione umiliante e traumatica dell’Italia all’ultimo Europeo di calcio in un Paese normale avrebbe avuto delle conseguenze, delle assunzioni di responsabilità non tanto per rendere evidente una colpa, ma per mostrare rispetto ad un movimento che ha bisogno urgentemente di essere rinnovato nei suoi quadri dirigenziali e nelle sue prospettive. Invece il raddoppio dell’incarico di Gianluigi Buffon, ora divenuto anche Direttore Sportivo della Nazionale (il tipo di incarico fa ridere e non poco, ma si vive oramai non nel “Paese dei Cachi” di “Elio e le Storie Tese” ma in quello della fuffa reiterata) dopo che per settimane si era vociferato con insistenza di sue dimissioni da Capo Delegazione. Voci fatte circolare dall’ex portiere senza smentirle immediatamente, perché si sa quanto di questi tempi faccia comodo l’aurea retorica di martire, o presunto tale, o di “hombre vertical” talmente “vertical” da affrontare a viso aperto le responsabilità personali. Tutto si appiccica alla tua reputazione biografica, utilizzata all’occorrenza dalla stampa amica per alimentare una agiografia. In Italia è così che si costruiscono carriere, a volte talmente fortunose e fortunate da far sembrare il concetto di buona sorte una mistificazione artificiale e non un anfratto del mistero esistenziale. Ecco il motivo per cui Buffon, un tipo scaltro e spregiudicato a livello di questi tempi mortiferi, era salito per qualche settimana su per il “Golgota” senza però avere nessuna intenzione di farsi inchiodare su una croce.

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E’ eccessiva malizia questa ipotesi? Per niente, è un semplice sommatoria di logica derivata da vita vissuta. Era palese come fosse tutto uno scherzo sin dall’inizio, dove la reazione immediata non è stata quella di rendere conto ma solo di chiarire che da quei posti ricchi di emolumenti e forieri di preziosi rapporti sociali sarebbe prevalso il concetto di “banda” a difesa furiosa degli scranni faticosamente conquistati. “Obiettivo qualificazione Mondiale 2026? È il minimo sindacale per l’Italia, è l’obiettivo e bisogna fare passi avanti, degli step convincenti e non andare a singhiozzo come abbiamo fatto in questi ultimi dieci”, queste erano state le parole di Buffon a Malpensa al rientro dalla Germania, fatte trapelare da chi aveva pensato bene di farle apparire come  pensieri sciorinati da un illuminato. A rileggerle bene in realtà sembrano parole in cui si dice tanto per non dire assolutamente niente. Cosa vuol dire “andare a singhiozzo come abbiamo fatto negli ultimi dieci anni”? e quali sarebbero questi “step convincenti”? Non siamo all’elegia del criptico, siamo alla conclamata e nota presa per i fondelli. Gabriele Gravina raddoppia l’incarico ad un dipendente della Federazione a pochi mesi da un Congresso federale che dovrebbe dimissionarlo o confermarlo, neanche fosse la “Linea del Piave” dalla quale passerà la riscossa Azzurra. E lo fa in un momento dell’anno in cui l’attenzione della pubblica opinione è al minimo sindacale e i giornalisti o sono in vacanza  oppure indaffarati sul mercato calciatori e sulle prime amichevoli precampionato. Non c’è stile e, soprattutto, non c’è correttezza, e riafferma una certa arroganza da autoassoluzione.

Questo modello da regime sarà pagato molto caro dal calcio italiano, e per quanto il numero delle squadre partecipanti al prossimo Mondiale è stato aumentato in modo considerevole(48, di cui 16 spetteranno all’Europa), e quindi dovrebbe esserci quasi una strage perché noi non ci si qualifichi, se le cose continueranno come negli ultimi anni il rischio di cannare per la terza volta la partecipazione alla massime competizione iridata del calcio è altissimo. Con il nuovo contratto di Buffon dalle nostre parti si è inaugurata una prassi davvero singolare, ovvero “squadra che perde o deflagra non si cambia”. “Il ridicolo cresce in proporzione a quanto ci si dà da fare per difenderlo”, scrive Choderlos de Laclos, autore di un altro aforisma che ben si attaglia al circo messo in piedi attorno alla nostra Nazionale: “il tempo porta sempre la verità. Peccato che non la porti sempre in tempo”. Non riusciamo più né a “vedere” né a “sentire” il nostro calcio per quel che veramente è, un caravanserraglio gestito assai malamente e superficialmente da una delle classi dirigenti peggiori di sempre, incuranti di uno sfacelo e con gli “Azzurrini” ancora una volta assenti all’avvenimento olimpico in procinto di iniziare. Scorriamo un brano della “Gazzetta dello Sport”, vergato subito dopo Italia Albania: “dei mondiali del 78 ci è rimasto nel cuore il volto di due ragazzini buttati dentro da Bearzot e destinati a diventare simboli della nostra Nazionale, fino a farne la storia: Antonio Cabrini e Paolo Rossi. E’ stato naturale pensare a loro quando abbiamo visto l’autorevolezza con cui Calafiori ha affiancato bastoni al centro della difesa…”.

Non c’è pudore e non c’è vera memoria quando si fanno simili accostamenti spacciandole per acute analogie, e spero Paolo Rossi possa perdonare dall’alto dei cieli un modo di pensare talmente abituato all’emotività del momento, in perfetto stile reality show, da arrampicarsi in un ardito paragone tra un promettente calciatore con due dei fuoriclasse più importanti di ogni tempo dell’Italia pallonara. Ma il carrozzone bisogna pur venderlo in qualche modo e occorre gettare fumo di oblio per non far pensare nemmeno un secondo, e allora rischia di sfuggire un cambiamento antropologico del calcio: non è più importante vincere, nemmeno uno scudetto, ma conta solo fare soldi in tanti di quei modi da non poter essere raccontati senza correre il rischio di essere trascinati con una querela in tribunale. La legge e la sua forma usate per nascondere la verità e legittimare la mistificazione da pirateria, porta sul serio a ritenere che i priori, i frati e il convento siano immersi nei debiti. In realtà è solo il convento ad esserlo, sui priori e i frati, ripeto, è impossibile esprimersi chiaramente. Mi affido alla capacità di ognuno di immaginare, discernere, ed ipotizzare. I dati ci sono per cercare di aprirsi un varco verso la verità, magari non renderà liberi ma sicuramente più edotti sì. In tale clima di impunità non solo non si lascia ma dove si può si raddoppia, e magari si è portati anche in trionfo. Buffon viene rivenduto(o addirittura rivelato) come il “Pico della Mirandola” del calcio, anche se ogni volta lo si senta provare a costruire un ragionamento, pare essere uscito dalla semantica incerta e confusa di “Facebook”. Ma la strategia di Gabriele Gravina è quella dell’illusionista da circo, ogni tot di tempo necessita di venderti un presunto genio per far annusare una soluzione dei problemi quanto mai vicina. Però questa non passa più dal campo, ovvero l’unica cosa a contare, ma dalla spartizione del potere e da nomine pirotecniche glamour. Aveva funzionato con Roberto Mancini, pescato in un momento storico in cui la sua carriera era in fase pericolante(possiamo dire sulla via del declino?) e si era subito avvinghiato alla panca Azzurra per non dare visibilità alla sua crisi professionale, poi è si è stappato champagne con Luciano Spalletti(assolutamente inadatto per ricoprire il ruolo di Commissario Tecnico), e ora è il turno di un ex calciatore di prestigio ancora in disperata ricerca d’autore e con il periglioso dilemma su cosa farà da grande.

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Siamo alle collezione di figurine. Si continuano a fare tante parole e a prendere decisioni da cartolina, e intanto non si riesce a trovare un attaccante Azzurro decente almeno per il posto da titolare, e nella disperazione si è pensato bene, nella tipica scaltrezza da bottegai arruffoni alla Carlo Goldoni, di arruolare uno scarto dell’Argentina come Mateo Retegui. Senti qualche allenatore di categoria inferiore, dove teoricamente dovrebbero trovare spazio i giovani italiani, narrarti storie da incubo e di corruzione continua, dove i club fanno giocare in prima istanza  chi porta soldi. Poi apri i giornali o ascolti le trasmissioni e i canali di settore ed è tutto un complimento per il grande lavoro di Matteo Marani e Gianfranco Zola, rispettivamente Presidente e Vice Presidente della LegaPro. I settori giovanili, a detta dei tecnici, languono nella forsennata ricerca della tattica, trascurando colpevolmente l’addestramento tecnico di base. La parola d’ordine è arrivare all’estetica spagnola, e vien da ridere solo a pensarci. Quindi avanti ora con Gianluigi Buffon, che dovrebbe dare la stura ad una nuova “Invincibile Armada” Azzurra. Vorrei dargli un modesto consiglio, citando un tecnico, Sandro Pochesci, da anni protagonista sui campi delle serie minori: “una volta l’Italia menava e vinceva, adesso ce menano e piagnemo. A portare tutti gli stranieri in Italia è successo questo, non c’è più un italiano che mena. Siamo diventati tutti pariolini. Abbiamo paura, e non si può giocare con la paura. Le primavere so fatte tutte da stranieri, e ogni mese esce fuori un oriundo… ora basta. Siamo il calcio italiano”. Parole che sanno di strada, di periferia, di oratorio, la vera araldica del calcio. Parole con la memoria della mistica calcistica italiana incorporata. I nuovi Roberto Baggio, Francesco Totti, Alessandro Del Piero, Gigi Riva(e tanti altri), passano proprio da queste parole ormai dimenticate. Recuperiamole e partiamo alla ricerca della grandezza perduta.

Scrittore, sceneggiatore e regista. Tifosissimo granata e già coautore con il compianto Anthony Weatherill della rubrica “Loquor” su Toro News che in suo onore e ricordo continua a curare. Annovera, tra le sue numerose opere e sceneggiature, quella del film “Ora e per sempre”, in memoria del Grande Torino.

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