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Toro, la segreta arte di nascondere le proprie strategie

Che il calciomercato sia fatto di tante parole e di pochissimi fatti è una verità sempre più inconfutabile ormai. E non si creda che la ridda di voci attorno agli affari del pallone sia solo frutto della fervida immaginazione...
Alessandro Costantino
Alessandro Costantino Columnist 

Che il calciomercato sia fatto di tante parole e di pochissimi fatti è una verità sempre più inconfutabile ormai. E non si creda che la ridda di voci attorno agli affari del pallone sia solo frutto della fervida immaginazione dei giornalisti alla disperata ricerca di qualcosa da scrivere ad ogni costo: procuratori, diesse, presidenti, giocatori stessi, un po' tutti i cosiddetti "addetti ai lavori" utilizzano più di quanto si possa immaginare i media per diffondere ad arte rumors che possano tornare utili ai propri fini. E' chiaro quindi che in un quadro del genere sia difficile per i tifosi districarsi nel marasma di notizie che quotidianamente appaiono riguardo le reali strategie di mercato della propria squadra del cuore.

 

Giusto per non smentirsi mai, il Torino è in una posizione ancora più ambigua, sia per la propria struttura societaria, sia per una presunta mancanza ormai atavica di una strategia di mercato ben definita. Quella che il presidente Cairo ama definire come una "società snella", è in realtà una struttura scarna ed estremamente piramidale nella quale ogni decisione viene di fatto accentrata al suo grado più alto. Niente di male, dirà qualcuno: in effetti i soldi li mette lui ed è giusto che sia lui a decidere come e se spenderli. Peccato che nel mondo del calcio le logiche aziendali siano fortemente distorte e spesso la differenza tra un buon affare ed un pessimo affare la fanno l'abilità nei rapporti interpersonali e la capacità fulminea di inserirsi con decisione su di un obbiettivo. Tradotto, significa che, in teoria, il ds, cioè Petrachi, dovrebbe essere l'uomo forte al quale delegare la costruzione della trama (e qui ci siamo) e poi l'affondo (qui un pochino meno...) per i colpi di mercato. Al Toro, di solito, quando si arriva al dunque di un affare scatta lo stallo finchè non interviene direttamente Cairo in persona. Manie di protagonismo? Scarsa fiducia nei collaboratori? Difficile dirlo con esattezza, sta di fatto che molti acquisti in passato sono saltati proprio per le titubanze e la contraddittoria e pachidermica lentezza del processo decisionale del Torino Fc.

 

In tante altre società, giusto o sbagliato che sia, il direttore sportivo, in accordo col presidente e sentite le esigenze dell'allenatore, riceve un budget e si assume la responsabilità di centrare gli obbiettivi richiesti restando in quel budget e chiedendo l'intervento diretto del presidente solo in caso di necessità di sforamento. Al Toro pare che questa cosa non funzioni così, pertanto non solo da quest'anno risulta complicato capire le reali intenzioni della società e le sue strategie di fondo.

 

Per esempio, è davvero una reale necessità quella di vendere i pezzi pregiati sui quali si possono fare delle belle plusvalenze? Voglio dire, perchè c'è tutto questo interesse nel creare "liquidità" con le cessioni di Ogbonna, Cerci o D'Ambrosio (e preoccupantemente è saltato fuori anche il nome di Parigini, talento del '96...). In fondo dopo i duri anni della B, per la prima volta i conti societari sono più che floridi, con un monte ingaggi tra i più bassi della A e sicure entrate per la prossima stagione di circa 40 milioni di euro derivate dalla spartizione dei diritti televisivi. Perchè quindi tutta quest'ansia di vendere? Forse è la volontà dei giocatori a far pendere la bilancia verso le cessioni? Per Ogbonna e D'Ambrosio sembrerebbe di sì, sebbene la logica dovrebbe consigliare ai due ragazzi (ma in parte anche a Cerci) di fare altri tipi di ragionamento: nel caso di Angelo, infatti, dopo una stagione così così, io non avrei fretta ad andare via rischiando la panchina in una big e di conseguenza anche il posto sull'aereo per il Mondiale del prossimo anno, mentre fossi in Danilo non lascerei una probabile fascia da capitano al Toro per diventare uno qualunque in un'altra società presuntamente di pari valore. Scelte che, al netto del potenziale aumento di stipendio, non sembrano molto lungimiranti per i calciatori stessi e aumentano i dubbi legati alla solita domanda: qual è il punto focale di tutto questo?

 

Forse una vera mancanza di progettualità da parte del Torino? Una carenza di strategia vera che sappia da un lato rassicurare i giocatori oltre ad attrarne di nuovi e dall'altro impegnare al meglio le risorse economiche del club? Se in serie B una politica di ridimensionamento dei costi aveva una sua logica, al secondo anno di A, alla voce investimenti dovrebbe esserci un deciso segno più. Che non vuol dire provare a comprare Neymar, ma più semplicemente avere quella forza contrattuale per trattenere i migliori ed essere un po' più attivi nel cercare altri rinforzi di qualità.

 

Perchè se non fosse questa la vera strategia studiata dalla triade Cairo-Petrachi-Ventura, giustamente tenuta nascosta e non sbandierata ai quattro venti per motivi di discrezionalità, allora non sarebbero così campate in aria le accuse di chi crede che la società navighi bellamente a vista senza il benchè minimo straccio di progetto. O non sarebbero meno assurde le insinuazioni di chi vede casualità nel raggiungimento degli obbiettivi e non il frutto di una vera e seria programmazione. E non sarebbero, infine, prive di senso le paranoie di chi non considera sufficientemente "torinese e torinista" l'impronta e l'azione del Torino di Cairo.

 

Vada come vada, nessuno ci racconterà mai la verità durante il calciomercato ed in effetti solo il 2 di settembre i fatti potranno raccontare una storia concreta di quello che succederà: ma fino ad allora possiamo dormire sonni tranquilli sul fatto che il progetto Toro esiste? Segreto, nascosto, conosciuto solo da pochi eletti, assolutamente non divulgabile, chiuso in cassaforte: tutto quello che volete, ma esiste, vero?

 

Alessandro Costantino

 

 

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