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Un Leicester italiano: ecco perché non accadrà

Leicester
Una favola nel calcio - 1^ parte / Il sistema e la cultura sportiva italiana sono troppo distanti da quelli inglesi perché possa succedere anche da noi
Alessandro Costantino
Alessandro Costantino Columnist 

Ne hanno parlato tutti, ma proprio tutti, anche chi generalmente non si occupa di calcio o di sport in generale. L'impresa del "piccolo" Leicester di Ranieri che ha vinto lo scudetto nel campionato inglese battendo colossi come i due Manchester, Arsenal, Chelsea, Liverpool e Tottenham (l'ultimo ad arrendersi) ha fatto il giro del mondo e riempito pagine di giornali, ore di palinsesti televisivi e innumerevoli conversazioni da bar. Nel nostro Paese l'eco dell'impresa e' stata ancora maggiore soprattutto perché l'allenatore delle "foxes" e' il nostro connazionale Claudio Ranieri, etichettato ai tempi della Juve come "perdente", da oggi titolare di un posto di rilievo nella storia del calcio mondiale. Da campioni quali siamo del nostro sport nazionale preferito, il salto sul carro del vincitore, tutti i nostri mass media hanno esaltato l'impresa del Leicester non lesinando dosi di facile prosopopea del Davide che sconfigge i Golia. In effetti il paragone che rende bene l'idea sul piano sportivo della portata del titolo conquistato dalla squadra di Ranieri è quello di un'Udinese, un'Atalanta od un Empoli che vincano uno scudetto. E il punto è proprio questo: potrebbe mai succedere da noi una cosa del genere? Una squadra abituata a fare su e giù tra serie A e serie B, che l'anno prima si è salvata per il rotto della cuffia, potrebbe diventare la sorpresa del campionato e vincerlo l'anno dopo?

La risposta è no, o più correttamente un si con una percentuale di probabilità simile a quello che ha un meteorite di grosse dimensioni di colpire la Terra: praticamente nulle.

Il motivo principale è presto detto: il nostro sistema calcio. Il mondo del pallone italiano, a differenza di quello inglese che ha importanti voci di ricavo anche dal marketing, dagli stadi di proprietà e dalle sponsorizzazioni, basa quasi esclusivamente le proprie entrate sui diritti televisivi. Diritti che, come tutti sappiamo, sono divisi tra le società del campionato nella maniera più sperequata ed iniqua che ci sia. Le cosiddette grandi del calcio italiano si guardano bene dal dividere più omogeneamente le fette di torta delle televisioni, abbassando cosi notevolmente il rischio di ritrovarsi piccole squadre "alla Leicester" molto competitive. Il Leicester, per capirci, ha incassato la scorsa estate quasi 80 milioni di euro di diritti televisivi, pochi rispetto alle grandi d'Inghilterra che viaggiano su cifre quasi doppie, ma sempre tanti rispetto alla "miseria" incassata, per esempio, dall'Empoli in Italia (circa quattro volte meno). E' chiaro che con quella disponibilità Ranieri ha potuto comunque fare un mercato da più di 40 milioni di euro prendendo giocatori, come ad esempio Inler dal Napoli, che in altri campionati giocavano in squadre di vertice. Gli stessi stipendi che corrisponde il club neocampione di Inghilterra sono di ottimo livello e quasi inarrivabili per i club italiani: Vardy, il bomber di Ranieri, prende più di 5 milioni all'anno e anche le seconde linee guadagnano almeno un milione di euro. Chiaro che tutto è proporzionale e i numeri del Leicester sono piccoli rispetto a quelli di Manchester City o Chelsea, ma è anche vero che Vardy potenzialmente potrebbe essere meno attratto economicamente da un'offerta di una big inglese rispetto a quanto, faccio un esempio, potrebbe esserlo un Simone Zaza che gioca nel Sassuolo: un conto è cambiare squadra passando da un salario di 5 milioni ad uno di 6, cioè con aumento di circa il 20% un conto è passere da mezzo milione ad uno e mezzo con un incremento del 150%!

Ma non è solo questione di soldi o di budget. Ciò che ha permesso al Leicester di vivere e realizzare un sogno è anche legato alla mentalità ed alla cultura sportiva inglese e, più in generale, dei Paesi anglosassoni. Usa, Gran Bretagna, Australia, Canada sono "lands of opportunities", terre di opportunità, dove chiunque abbia capacità, costanza e idee può ritagliarsi uno spazio importante. Anche nel mondo dello sport. In Inghilterra favole simili a quella del Leicester si erano già viste a fine anni Settanta col Nottingham Forrest e a metà dei Novanta col Blackburn, non sono quindi una novità assoluta. Ma quello che è molto differente dall'Italia è anche il clima mediatico che c'è attorno al calcio: la cavalcata del Leicester è stata seguita con grande passione e partecipazione dal mondo anglosassone, la stampa e gli sportivi non si aspettavano il crollo della squadra di Ranieri, ma in un certo senso ne sostenevano la cavalcata. Il ritorno d'immagine per il calcio inglese in tutto il mondo è stato immenso, molto superiore a quello generato dalle vittorie delle "solite" squadre: un volano economico impressionante per tutta la Premier League che di sicuro, facendosi due conti, ha visto di buon occhio questa ventata di aria fresca al vertice. In Italia la Lega di Serie A o la FIGC come prenderebbero uno scudetto dell'Empoli o dell'Atalanta? Con lo stesso spirito e con la stessa vista lunga? Ne dubito fortemente... E la stampa sportiva? Cavalcherebbe l'ondata di novità o creerebbe le condizioni di tensione e stress per riportare la situazione nei soliti ranghi? Mi viene da pensare ad un quotidiano sportivo nazionale con sede a Torino cosa titolerebbe all'indomani di un ipotetico scudetto del Sassuolo o di un qualunque altro outsider: "Juve, lo hai perso tu". Finché in Italia si "venderà" il prodotto calcio attraverso l'ottica delle grandi squadre una favola in stile Leicester, spiace dirlo, non avrà mai un lieto fine (fine prima parte -continua)

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