Esclusiva

Ezio Rossi a TN: “Disinnamorato del Toro. Abbiamo perso la nostra unicità”

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In esclusiva le parole dell'ex giocatore e allenatore granata, che ha giocato anche a Lecce, il suo trampolino di lancio
Andrea Calderoni
Andrea Calderoni Caporedattore centrale 

Nell'ultima puntata di Culto, la rubrica di Francesco Bugnone, si è parlato di Ezio Rossi e del suo Toro stagione 2004/2005 (LEGGI QUI). Questa è una settimana particolare per uno come Ezio Rossi perché è quella che porta a Torino-Lecce, ovvero le due squadre più importanti della sua carriera. Proprio per questo collegandoci alle belle emozioni provocate da Culto, su TN vi proponiamo in esclusiva l'intervista all'ex giocatore e allenatore granata, oggi disinnamorato di quei colori che gli hanno fatto palpitare tanto il cuore da ragazzo e poi da adulto.

Buongiorno Ezio. Partiamo proprio dalla puntata di Culto: fu un settembre magico quello del 2004."Eravamo una bella squadra che visse nell'ambiente più ostile che ho conosciuto nella mia lunga carriera nel calcio. Grazie a Culto per il ricordo, è stato piacevole leggerlo e l'ho condiviso con molti amici". 

Torino contro Lecce: nulla di meglio per qualche domanda di amarcord. Cosa hanno rappresentato queste due realtà?"Il Torino è stato tutto nella mia carriera da calciatore, ho iniziato a 8 anni e sono andato via a 28. Però, il Lecce mi ha dato la consapevolezza di poter fare davvero il calciatore nella mia vita. Fino a quando non ho vinto il campionato di B portando per la prima volta in Serie A il Lecce non ero certo del mio avvenire. I tempi erano diversi rispetto a oggi. Sono cresciuto in una famiglia appasionata di calcio e ho avuto la fortuna di giocare nella squadra del mio cuore. Sono cresciuto con spensieratezza, senza il preciso obiettivo di diventare un professionista. E anche dopo l'esordio in Serie A mio padre mi disse che dovevo continuare a studiare". 

Andò a Lecce a vent'anni e fu un trampolino di lancio prima di tornare nella sua Torino."Un prestito di un anno e mezzo che mi fece diventare grande. Ebbi un grandissimo allenatore come Fascetti. Avevo vent'anni e avevo tanto da imparare. Il mio ritorno a Torino fu rocambolesco: pensavo di fermarmi a Lecce dopo la promozione in Serie A, anche perché in un Toro appena arrivato secondo in campionato sarebbe stata dura mettermi in mostra. Le società erano già d'accordo per un mio ritorno a Lecce, ma la domenica prima di Lecce-Torino si fecero male Francini e Danova e così mi ritrovai titolare a Lecce con la maglia granata indosso. Il prestito è saltato e io ho proseguito per diverse stagioni al Toro. Questa fu la mia fortuna: quel Lecce retrocesse e io ripeto ancora oggi ai miei amici di Lecce che con me non sarebbero tornati subito in B. Lecce è una città splendida e le persone hanno un modo di essere eccezionale". 

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Cosa aveva di speciale il Toro degli anni Ottanta?"Il Toro era unico. Era, ora non lo è più. Il Toro è stato unico fino a qualche anno fa per il suo senso di appartenenza e per i suoi figli del Filadelfia. Essere unici in una città in cui c'erano gli altri era l'unico modo per sopravvivere. Il Toro era un modo di essere, anche a livello esistenziali. Oggi purtroppo manca". 

Oggi ha dichiarato più volte di non seguire più la Serie A. Il Toro ha perso la sua unicità? Perché? "Per un insieme di cose. I tempi sono cambiati e con loro il calcio. Comunque, c'è qualcosa che ha aiutato a cambiare ancor di più i connotati di questa società". 

Si definirebbe disinnamorato del Toro?"Sì, sono disinnamorato e non sono l'unico. Sono nato e vivo a Torino. Ho tanti amici granata e oggi molti di loro guardano, come me, solo il risultato. Il calcio moderno fatica a emozionare noi nostalgici, sarà un nostro difetto ma è così". 

Comunque, continua a vivere il mondo del calcio tra Serie C e Serie D: lì è diverso? "Ormai anche nel calcio dilettantistico e nel mio mestiere conta più l'apparenza che tutto il resto. Essere fatti in una certa maniera piuttosto che in un'altra aiuta moltissmo". 

Nella perdita di unicità del Toro quante colpe attribuisce alla lunga gestione Urbano Cairo?"Il Toro di oggi è figlio del calcio di oggi, senza radici. Non c'è più un componente della società che ha vissuto quel Toro là, quel Toro unico nella città con gli altri. Non esiste più un settore giovanile che sforna giocatori, questo non riguarda solo il Toro, però è triste che coinvolge il Toro. In una città in cui non ci sono Genoa-Sampdoria, Milan-Inter, ovvero società che si equivalgono, devi essere unico altrimenti ciao. A Torino c'è la Juve e purtroppo va sempre bene a loro. Quindi, si deve sopravvivere con i valori". 

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